Appalti - Lo stop dei professionisti. Nel Codice poche tutele

Il nuovo Codice appalti non tiene conto dei lavoratori autonomi. La denuncia di Acta, Alta partecipazione, Confassociazioni e Confprofessioni

foto: tiberio barchielli

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Queste sigle spiegano come, in sostanza, il testo appena uscito dal Consiglio dei ministri, e in pubblicazione in Gazzetta ufficiale, riproponga il consueto equivoco in materia di professionisti, sperimentato per anni sui fondi europei. Vengono, infatti, tutelate le piccole e medie imprese ma non i lavoratori autonomi. Andando, quindi, contro quello che viene stabilito dal Ddl sul Jobs act delle partite Iva.

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Cosa dice il nuovo Codice

Il contrasto tra le norme del disegno di legge del Governo e il nuovo Codice appalti, per le associazioni, è evidente. Il decreto legislativo, infatti, promuove la partecipazione agli appalti delle micro e piccole imprese, ma non dei lavoratori autonomi e dei freelance. Che, quindi, vengono messi in un angolo.

I passaggi sotto accusa

I passaggi nei quali sono state inserite previsioni di questo tipo, scorrendo le pagine del provvedimento, sono parecchi. E dipendono da una volontà politica specifica del Ministero delle Infrastrutture di tutelare le Pmi nel nuovo mercato dei contratti pubblici. Ad esempio, sui criteri di partecipazione alle gare, si dice che questi “devono essere tali da non escludere le microimprese, le piccole e le medie imprese”.

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Oppure, dove si parla della suddivisione in lotti funzionali degli appalti, si richiama il principio dell'accesso al mercato “delle micro, piccole e medie imprese”. Ancora, i requisiti di accesso alle gare, devono “favorire l’accesso da parte delle microimprese e delle piccole e medie imprese”.

Il contrasto con lo Statuto degli autonomi

Questo contrasta in maniera evidente con l’articolo 7 del nuovo Statuto degli autonomi, dove si legge che “le amministrazioni pubbliche promuovono, in qualità di stazioni appaltanti, la partecipazione dei lavoratori autonomi agli appalti pubblici, in particolare favorendo il loro accesso alle informazioni relative alle gare pubbliche e la loro partecipazione alle procedure di aggiudicazione”. Si tratta, in sostanza, di una questione simile a quella che ha riguardato l’accesso degli autonomi ai fondi europei.

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Il motivo della protesta

Secondo le associazioni che tutelano le professioni, questa mancanza è sanguinosa. Il motivo è che, in questo modo, si rischia di negare una protezione ai lavoratori autonomi, nell’ambito di una normativa che, invece, punta a proteggere i soggetti iscritti presso la Camera di commercio.

La richiesta di tutele

Per questo le associazioni Acta, Alta Partecipazione, Confassociazioni e Confprofessioni chiedono che il nuovo Codice degli appalti tenga conto dell'orientamento espresso nel Ddl sul lavoro autonomo, contemplando espressamente la figura del lavoratore autonomo insieme a quella delle imprese piccole e medie.

La questione dei compensi

Anche perché, a rendere ancora più complessa la situazione dei professionisti, c’è il fatto che alcune norme del Codice vanno esplicitamente in direzione contraria alle loro richieste in fase di redazione del provvedimento. Succede, ad esempio, per gli importi da porre a base delle gare di progettazione, dove si è consumata una delle battaglie più delicate del testo.

Obbligo o facoltà

Al momento questi importi, che determinano i compensi dei professionisti nel mercato degli appalti pubblici, sono definiti da un decreto (il Dm n. 143/2013) il cui uso non è obbligatorio per le stazioni appaltanti. Gli ordini professionali, supportati dall’Anac e dalle commissioni parlamentari, avrebbero voluto l’istituzione dell’obbligo. Alla fine, però, il Governo ha scelto di non introdurre vincoli. Le amministrazioni, in sostanza, continueranno ad agire liberamente, anche in futuro. A scapito dei professionisti.

      

             

                   

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