Produzione vaccini in Italia: AIPE, bioreattori in tempi brevi

Produzione vaccini Covid in ItaliaIn attesa del nuovo incontro al MISE, l’Associazione Italiana Pressure Equipment annuncia che la filiera delle macchine che lavorano a pressione è in grado di fabbricare bioreattori in tempi brevi, aumentando di molto la capacità delle nostre industrie di produrre anche in Italia i vaccini finora disponibili. Ad oggi infatti uno dei problemi maggiori è proprio la scarsità di bioreattori.

HERA Incubator e aumento produzione vaccini: così l’UE contrasta le varianti del Covid

Come già evidenziato dal Piano UE HERA Incubator, oltre al contrasto alle varianti del Covid, in questo momento la partita principale sui vaccini si gioca sull’aumento delle dosi a disposizione dei cittadini europei. Un risultato raggiungibile sia favorendo le partnership tra le case farmaceutiche che detengono i brevetti e le altre che li possono produrre nei propri stabilimenti, sia facendo rispettare la consegna delle dosi di vaccino previste dai contratti tra l’UE e le Big Pharma.

Una partita, insomma, in cui i livelli nazionale ed europeo, pubblico e privato si intersecano fortemente e che vede tutti impegnati in una corsa contro il tempo per fermare il virus (e le sue varianti) e tornare alla normalità, salvando anche l’economia. 

Andiamo con ordine. Cosa significa “aumentare la produzione di vaccini”?

La strategia europea per incrementare il numero di dosi disponibili per vaccinare i 500 milioni di europei, consiste soprattutto nell’aumentare il numero di fabbriche europee che possono produrre i vaccini finora approvati e cioè quelli di Pfizer-BioNTech, AstraZeneca e Moderna.

I pilastri su cui si basa questa strategia sono quindi essenzialmente due: da un lato, la condivisione del brevetto del vaccino da parte delle aziende che lo detengono (appunto Pfizer-BioNTech, AstraZeneca e Moderna) con le altre aziende che sono disponibili a produrlo nei propri stabilimenti. Dall’altro lato, invece, proprio l’identificazione degli stabilimenti che hanno la capacità e i macchinari per produrre il vaccino conto terzi.

La produzione dei vaccini è infatti un processo lungo e difficile, composto da numerose fasi. Semplificando molto, se ne possono identificare sostanzialmente due: la prima (e la più complessa) è la produzione del vaccino vero e proprio. La seconda, invece, è la fase dell’infialamento (quella che in gergo viene chiamata “fill and finish”) e che è più semplice rispetto alla prima.

In Europa i siti produttivi capaci di affrontare la prima fase si trovano in pochi paesi, come ad esempio la Germania o la Francia, solo per citarne alcuni. Quelli che invece possono occuparsi della seconda fase (il “fill and finish”) sono forse più numerosi e tra questi rientrerebbero anche diverse aziende italiane.

Vaccini: cosa potrebbe essere prodotto in Italia e come

Rispetto alla prima fase (cioè la produzione della sostanza "vaccino"), infatti, l’Italia ha alcune carenze strutturali legate soprattutto agli impianti. 

La seconda fase (cioè l’infialamento) risulta invece più fattibile, dato che alcune aziende sono già operative in tal senso.

A illustrare i termini della questione erano stati nei giorni passati proprio alcuni rappresentanti del mondo dell’industria. “Un vaccino è un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare. Deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala. Da quando si inizia una produzione passano 4-6 mesi", aveva infatti spiegato il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, corroborato in un certo senso anche da Rino Rappuoli, Coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences e direttore scientifico di Gsk. “In Italia non ci sono gli impianti", aveva commentato infatti Rappuoli, aggiungendo che “solo Gsk li ha, ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per quello contro la meningite che è batterico. Reithera ce l'ha ma non credo per fare milioni di dosi”.

Associazione AIPE: bioreattori in tempi brevi

E’ evidente quindi che, se uno dei problemi maggiori per la realizzazione in Italia della prima fase produttiva (quella che interessa la sostanza vaccino vera e propria) è costituito dalla scarsità di bioreattori, l’annuncio dell’AIPE sulla possibilità di realizzarli in tempi brevi - fonti di stampa parlano di 45 giorni - potrebbe cambiare le cose.

In risposta alla “chiamata nazionale”, il Presidente di AIPE, Luca Tosto, ha infatti annunciato che “le aziende dell’Associazione Italiana Pressure Equipment (AIPE) – organizzazione associativa imprenditoriale che rappresenta i produttori italiani di Apparecchi Critici per impianti industriali nei settori dell’Energia, Oil & Gas, Chimico, Petrolchimico e Farmaceutico con 115 aziende affiliate e circa 8.000 addetti – sono disponibili a dare una mano per quanto riguarda la produzione dei bioreattori”. “Siamo pronti a produrre i bioreattori in tempi brevi, lavorando anche di notte se necessario. Il nostro obiettivo è quello di offrire un contributo concreto al Paese per uscire al più presto da questa pandemia che sta danneggiando il tessuto economico italiano”, ha aggiunto Tosto. “Sarebbe inoltre l’occasione per convertire una crisi di proporzioni storiche in una opportunità di sviluppo tecnologico e industriale delle aziende che rappresentano l’economia reale”.

La strada comunque resta in salita. Anche se fosse superato l’ostacolo rappresentato dalla scarsità di bioreattori, infatti, rimarrebbero i problemi legati da un lato all'iter di validazione dell'impianto che di solito è un processo molto lungo e verso il quale Tosto invoca “una partnership pubblico-privato in grado di superare le tante formalità burocratiche”. Dall’altro quello della costituzione della catena dei servizi e delle utility necessari all’avvio della produzione.

MISE, verso un polo pubblico-privato per la produzione dei vaccini in Italia

La questione su quale possa essere il contributo italiano alla richiesta europea di aumentare la produzione delle dosi di vaccino è in capo al MISE. Il 25 febbraio, infatti, al Ministero si è svolto il tavolo coordinato dal ministro Giancarlo Giorgetti, a cui hanno preso parte Invitalia, Farmindustria e AIFA e da cui sono emerse alcune linee di lavoro. 

Da un lato, si legge nel comunicato rilasciato dal Ministero, si è deciso di aggiornarsi il 3 marzo per ”verificare la possibilità concreta di produrre in sicurezza vaccini anti Covid in siti in Italia. In particolare - si legge nel comunicato - sarà necessario appurare l’individuazione di tutte le componenti produttive compatibili con la realizzazione di vaccini e in un orizzonte temporale congruo con le esigenze del Paese per superare la fase pandemica”.

Dall'altro, "si è convenuto di avviare la costruzione di un polo nazionale pubblico-privato per realizzare nel medio lungo periodo un contributo italiano” per la produzione dei vaccini. “Il governo italiano - prosegue il testo - ha ribadito la totale disponibilità di strumenti normativi e finanziari per raggiungere l’obiettivo della produzione di vaccini in Italia” e dal canto suo, conclude il comunicato, l'industria “ha assicurato la massima collaborazione”.

Vertice UE: linea dura contro le Big Pharma inadempienti 

A livello europeo, Bruxelles sta invece operando su due fronti. Il primo è far rispettare i contratti di acquisto anticipato dei vaccini tra Bruxelles e le Big Pharma, penalizzando le farmaceutiche inadempienti. La proposta arriva dal premier italiano Mario Draghi ed incassa l’appoggio degli altri leader europei.

Il rimando implicito sarebbe anzitutto verso AstraZeneca che ha ridotto di molto le dosi destinate all’UE. L’azienda anglo-svedese, infatti, parrebbe aver favorito il Regno Unito ed Israele, a discapito dell'UE, e “si narra vi siano svariati milioni di dosi in mano ad intermediari pronti a servire il miglior offerente”, riporta l’ANSA. 

Situazioni che non solo ritardano le vaccinazioni in Europa e favoriscono il dilagare delle varianti, ma si portano dietro anche il perdurare della crisi economica. 

Per questo Draghi ha chiesto che la Commissione adotti un approccio più rigido nell'applicazione del controllo dell'export per quelle aziende farmaceutiche che producono i vaccini anche in Europa ma che non rispettano i patti sulle dosi di vaccino destinate all’UE. “Non sarà un blocco dell'export”, spiega il premier francese Emmanuel Macron “perché questo comporterebbe una frammentazione della produzione mondiale". Ma se la situazione non dovesse migliorare, non si escluderebbero comunque azioni più forti, inclusa l’applicazione dei regolamenti europei e dell'articolo 122 del Trattato che consente il blocco all'export in casi di carenza di beni essenziali per gli Stati membri, come sarebbero a quel punto anche i vaccini.

Bruxelles a caccia di nuovi impianti per produrre i vaccini in Europa

Il secondo fronte su cui è al lavoro Bruxelles - e che va di pari passo con il lavoro che sta facendo il MISE in Italia - è quello di ampliare il numero di imprese capaci di produrre il vaccino sul suolo europeo

Attualmente gli impianti europei coinvolti nella filiera dei vaccini sarebbero una quarantina. Ma l’obiettivo è aumentare il numero e su questo è al lavoro il commissario Thierry Breton. "I passi avanti si vedono già, con le nuove produzioni di Pfizer-BioNtech in Austria e Germania”, ha affermato la presidente Ursula von der Leyen, che ha annunciato anche che “la fabbrica di Marburg potrebbe arrivare alla produzione di un miliardo di dosi per luglio".

Horizon 2020: ultimo work programme, un miliardo per la ricerca su Covid 19

Questo sito web utilizza i cookie! Acconsenti ai nostri cookie, se continui ad utilizzare questo sito web.