Fondi Ue 2014-2020: Tajani, all'Italia servono tecnici Pa più preparati

Antonio Tajani - Credit © European Union, 2013Pubblica amministrazione impreparata. La crisi dell’utilizzo nei fondi europei è anche colpa dei limiti della Pa italiana. Lo ha sottolineato il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani, nel corso dell’evento che FASI oggi  a Roma ha dedicato al tema dei finanziamenti Ue.

 

Il commissario, anzitutto, critica duramente alcuni atteggiamenti tenuti nel passato dalle istituzioni italiane. “Oggi è fondamentale sapere utilizzare ai fini della crescita tutto ciò che l’Europa mette a disposizione. I fondi strutturali non possono essere investiti a pioggia per fare favori a qualcuno, ma vanno utilizzati per obiettivi concreti, come le infrastrutture o gli aiuti alle imprese”. O anche per l’abbattimento del cuneo fiscale. “Penso all’abbassamento della pressione fiscale attraverso la decontribuzione delle assunzioni di giovani”.

Per utilizzare questi fondi Tajani dà un’indicazione concreta. “Lancio un appello alla pubblica amministrazione perché incrementi la qualità dei progetti. La percentuale dei progetti che vengono presentati dall’Italia è altissima, ma è molto bassa la quota di quelli approvati”. Questo perché mancano le competenze presso le Pa. “Il problema non è di fondi ma della capacità italiana di utilizzare questo denaro; l’accesso al credito si ha se c’è una buona formazione. E ricordo che noi abbiamo il numero più alto di funzionari distaccati presso la Commissione europea”.

Un tema, quello della formazione, centrale anche per il vicepresidente del Parlamento europeo Gianni Pittella: “Occorre che tutte le amministrazioni utilizzino figure specifiche per lavorare con i fondi europei, io li chiamo “europrogettisti”. E non devono essere commercialisti che fanno anche quel lavoro o consulenti arrivati chissà da dove, ma persone specializzate nei finanziamenti comunitari”. Anche se, dall’altro lato, va tirata la leva della semplificazione. “Mi chiedo: i fondi strutturali servono allo sviluppo o agli amministratori locali per raccogliere consenso? Perché se lo scopo è davvero il primo bisogna finirla con il clientelismo e le sagre e bisogna lavorare con procedura più semplici che consentano l’accesso a tutti e la verifica dei risultati”.

L’approccio propositivo viene condiviso anche dal direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini: “Bisogna essere più proattivi, non aspettare che qualcuno venga a casa e ci porti i soldi dell’Unione europea”. In questo senso l’Abi si sta muovendo con il progetto Banche 2020. “Si tratta di un programma che ha proprio l’obiettivo di sviluppare insieme alle imprese una strategia per migliorare l’utilizzo degli strumenti comunitari. Abbiamo creato una piattaforma informativa per le banche italiane, allo scopo di dargli una conoscenza delle opportunità a disposizione in Europa. Abbiamo sviluppato un’attività di supporto alle imprese con progetti finanziabili. E puntiamo a sviluppare meglio le attività di partenariato pubblico privato”.

La chiusura positiva del percorso aperto con la programmazione 2007-2013 non è, comunque, un’impresa impossibile. Lo sottolinea l’ex ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca. “Alla stessa data di sette anni fa eravamo 12-13 punti più avanti”. Eppure ci sono degli elementi che vanno valutati attentamente. “L’Italia ha sempre speso molto in ritardo i suoi fondi e ha sempre saputo spendere negli ultimi due anni una cifra che assomigliava molto al 50% che ci serve ora. Ma, soprattutto, l’Italia non ha mai perso fondi comunitari e ha meno irregolarità nella gestione dei fondi Ue di altri paesi come l’Olanda o la Gran Bretagna”. Quindi, per i prossimi anni c’è ancora speranza di farcela.

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