Le startup non crescono senza una politica industriale

Nell'autunno del 2015, dopo un mio intervento ad un forum milanese sui fondi UE, un ragazzo mi ha raccontato di aver aperto la sua startup a Zurigo

Startup

La scelta di lasciare il nostro Paese non mi ha sorpreso molto, perchè l'ambiente italiano non è molto favorevole allo sviluppo imprenditoriale. A impressionarmi è stato forse che questo giovane ingegnere avesse un lavoro a tempo indeterminato in una grande azienda e, una volta trovato un business angel disposto a sostenerlo nella sua avventura, non avesse esitato ad abbandonare la sicurezza del posto fisso.

Questa mentalità, poco diffusa nella cultura italiana (cfr. successo del film di Zalone), spero si stia sempre più radicando tra i giovani, anche se costretti dalla mancanza di lavoro (tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti in Europa).

Le statistiche appena divulgate sulla nascita di startup continuano a mostrare un trend crescente. Tuttavia è opportuno chiedersi se da questi dati - e dalla politica attuata dai vari governi che si sono succeduti dopo il primo provvedimento varato dall'ex ministro Passera - è possibile desumere un contributo significativo al grave problema occupazionale.

Il numero di dipendenti rilevato da Infocamere in 1.900 startup è pari a circa 5mila persone, mentre in più di 5mila startup sono presenti circa 20mila soci, che si presume siano coinvolti nelle attività operative aziendali.

L'occupazione dal 2008 al 2015 in Italia è diminuita di circa mezzo milione di unità, da 23 milioni a 22,5 milioni (nel 2013 gli occupati erano ancora meno: 22.173.000 - Istat).

Non bisogna essere degli esperti statistici per comprendere che agevolare l'avvio di startup non è sufficiente a risolvere i problemi occupazionali del paese. La lieve ripresa economica, il Jobs act e le agevolazioni previdenziali varate lo scorso anno hanno invertito il trend negativo sulla forza lavoro, ma i tassi incrementali sono ancora lontani da consentire un rapido recupero, non solo di tutto quello che è stato perso, ma anche della mancata crescita protrattasi per oltre 5 anni.

In questo contesto vale comunque la pena continuare a prodigarsi per le startup, cercando di imitare quello che avviene sul mercato Usa o anglosassone, soprattutto in termini di sviluppo del venture capital in Europa. La settimana europea delle startup, dal 1° al 5 febbraio, è un'occasione per parlarne.
L'UE ha puntato molto su startup e venture capital e bisognerà vedere se i suoi sforzi saranno sufficienti.

Il problema rimane sempre però quello di coordinare le iniziative europee con le politiche e le norme dei vari Stati membri. Avere legislazioni differenti in ogni Paese, quando ormai i mercati sono globali, non aiuta certo lo sviluppo del venture capital.

Inoltre, le startup non cresceranno mai a sufficienza se non troveranno un terreno fertile nell'economia dei vari Paesi europei. E la fertilità di un'economia dipende molto dalla sua politica industriale, termine ormai scomparso dalla miriade di dibattiti televisivi che flagellano le serate degli italiani.

L'Italia è la seconda nazione europea per produzione industriale.
Cerchiamo di non perdere posizioni e non facciamo scappare i nostri imprenditori in Svizzera.

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