Una strategia oltre gli aiuti UE alla Turchia per l'emergenza

E’ vero che servono a fronteggiare i problemi urgenti, ma quello che colpisce è la miopia dei governi europei nel vedere oltre ciò che è sotto i loro occhi.

Mr Ahmet DAVUTOGLU, Prime Minister of Turkey; Mr Donald TUSK, President of the European Council; Mr Jean-Claude JUNCKER, President of the European Commission. Copyright: No commercial use. Credit 'The European Union'

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Il livello della classe politica si è venuto talmente a deteriorare nell’ultimo ventennio al punto che chi sale nei Parlamenti a servire i cittadini guarda solo gli immediati benefici per i ritorni elettorali.

Seppure sia comprensibile che tali ritorni non debbano andare trascurati, lo è molto meno il perché non si incarichi qualcuno - nei numerosi staff di ministri e presidenti - che pensi a

  • come risolvere il problema dell'immigrazione alla radice,
  • quale svolta nella politica estera bisogna affidarsi e
  • quale strategia di medio-lungo termine vada costruita affinché si possano realmente migliorare le condizioni di vita nei paesi da cui scappano migliaia di persone ogni anno.

Il commissario europeo agli aiuti umanitari Stylianidis - a Roma un paio di settimane fa - ha confermato che al momento non se ne sta discutendo. Speriamo che affrontata l’emergenza, se ne cominci a parlare seriamente.

I 6 miliardi di euro appena destinati alla Turchia - tasse versate dai cittadini europei - andranno sprecati in aiuti contingenti, quando con maggiore preveggenza potevano essere utilizzati in più efficaci misure strutturali.

In questo scenario, peraltro, le colpe non sono solo della politica estera dell’Europa, perché i fallimenti di tutto l’Occidente sono evidenti quando si guarda alla Siria.

Sorgono quindi importanti interrogativi:

  • le decine di miliardi di dollari che ogni anno vengono spesi dalle banche multilaterali di sviluppo hanno avuto un effetto veramente significativo nei paesi che ne hanno beneficiato?
  • la loro efficacia viene misurata in qualche modo o sono solo uno strumento di business per le aziende che realizzano lavori nei PVS (e in qualche caso anche per le organizzazioni umanitarie che hanno rilevanti costi di struttura con dirigenti super-pagati)?

Le risposte non sono semplici, ma visti i flussi migratori che si sono scatenati è evidente che qualcosa non ha funzionato.

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Non è altrettanto semplice stabilire una strategia, eppure alcuni punti fermi fondamentali possono essere subito indicati.

Il primo riguarda la definizione di obiettivi comuni e condivisi a livello mondiale. Si fanno conferenze sul clima, non si vede perché non se ne possa organizzare una sulle crisi umanitarie e gli aiuti dove si ragioni su una concreta evoluzione dei PVS.

Il secondo è nella realizzazione di un sistematico coordinamento tra la politica estera ed i programmi multilaterali di sviluppo, che risponda a logiche di intervento basate sulle reali esigenze dei paesi in difficoltà, e non sugli interessi di gruppi economici particolari.

Infine, si deve incentivare la finanza privata ad investire maggiormente nelle banche multilaterali e nei PVS, senza concedergli gli eccessi che caratterizzarono le politiche coloniali. Le risorse finanziarie a disposizione di banche d’affari e fondi di investimento sono ormai di entità tale da poter influenzare significativamente i prezzi dei titoli obbligazionari di grandi nazioni, come in Italia ben sappiamo. Basta ricordare il livello dello spread raggiunto prima della nomina del Senatore Monti al Governo.

Questo potere, che spesso degenera in speculazione o alimenta investimenti non necessari, merita di essere indirizzato dove c’è bisogno di vero sviluppo economico.

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