Clima - Della Seta, finanza raccolga sfida cambiamento climatico

Intervista a Roberto Della Seta (Green Italia) a margine della conferenza organizzata dal Movimento europeo sui temi del cambiamento climatico e della finanza responsabile.

Roberto Della Seta - foto profilo Twitter

> Clima – conferenza alla luce dell'enciclica Laudato Si'

BEI - finanziamenti per infrastrutture e strategia finanziaria per clima

'Obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e la finanza responsabile. L'insegnamento sociale della Chiesa Cattolica alla luce del Laudato Sì'. Questo il titolo della conferenza internazionale organizzata dal Movimento Europeo in Italia (CIME), insieme al Centro Studi sul Federalismo (CSF) e European Partners for Environment (EPE), in corso presso la sede dell’Istituto Francese - Centro Saint Louis di Roma.

A margine della conferenza, abbiamo intervistato Roberto Della Seta, presidente di Legambiente dal 2003 al 2007, parlamentare dal 2008 al 2013 e tra i promotori di Green Italia, movimento nato per ricostruire in Italia una presenza autonoma dell’ecologia in politica.

Sviluppo sostenibile, riconversione della politica energetica e lotta al cambiamento climatico sono sfide prioritarie per l’Ue e per l'Italia, anche in vista del G7. Ritiene le politiche Ue e nazionale pronte ad affrontare tali sfide? E quali temi vanno affrontati prioritariamente?

L'Europa è stata per molti anni il battistrada dell'impegno per fermare i cambiamenti climatici. Quando gli altri grandi protagonisti dell'economia mondiale, come Usa e Cina rifiutavano di prendere impegni in questo campo, l'Ue si è data politiche avanzate che hanno fatto crescere molto il contributo delle energie pulite alla produzione, che hanno promosso l'efficienza energetica. Fino a qualche anno fa l'Ue il bilancio è stato molto positivo, ha avuto il merito di aver convinto i grandi player economici mondiali a venire sul terreno della lotta ai cambiamenti climatici. La firma dell'accordo COP21 ha avuto questo grande significato.

Il problema è che questo sforzo europeo si è fermato, e oggi l'Europa su questo terreno arranca: non ha una politica organica e coesa nel campo dell'energia e della lotta ai cambiamenti climatici. Nei grandi paesi Ue lo sviluppo delle energie rinnovabili si è un po' fermato, le politiche che incentivano l'innovazione energetica hanno rallentato, in alcuni casi bloccandosi. Negli ultimi anni c'è stato un grande passo indietro dell'Europa che direi fa parte di un problema più generale, cioè della difficoltà dell'Europa di essere un soggetto che mette in campo politiche organiche: ogni Paese va dove gli pare, lo vediamo nel campo dell'energia, ma anche nelle politiche sull'immigrazione e nelle politiche fiscali.

Per quanto riguarda l'Italia il cambiamento è ancora più vistoso. Grazie ai provvedimenti varati dall'ultimo Governo Prodi l'Italia è diventata uno dei paesi leader nel campo dei cambiamenti climatici: l'energia solare si è sviluppate moltissimo, ci sono stati interventi importanti che hanno favorito l'efficienza energetica, di cui il più importante è l'ecobonus.

Ma negli ultimi anni anche l'Italia si è fermata, è diventato uno dei Paesi più timidi rispetto alle decisioni su quali obiettivi l'Ue deve darsi per le energie pulite, l'efficienza energetica e il taglio alle emissioni che alimentano i cambiamenti climatici. Non stiamo parlando di scelte relative solo al futuro dell'ambiente, ma di una transizione energetica da cui dipende il benessere anche economico di un Paese come il nostro, anche in termini di occupazione. Lo sviluppo delle rinnovabili può creare moltissimi posti di lavoro, i Paesi che ci hanno creduto di più, come la Germania, oggi vedono lavorare in questo settore alcuni milioni di persone. In Italia questo cambio di marcia sembra il segno della difficoltà del nostro Paese di progettare il proprio futuro.

Fra i temi affrontati nel corso della conferenza rientra quello del come rendere il settore finanziario maggiormente responsabile nell’ambito del processo di conversione della finanza e dell’economia globale verso lo sviluppo sostenibile. Qual è, a suo parere, la strada da percorrere?

Nel mondo si discute molto del ruolo che la finanza gioca nell'economia globale e prevale l'idea che la finanza si sia sviluppata troppo in rapporto alle attività economiche che producono beni e servizi. È nata l'idea che vi sia una sorta di contrapposizione tra il mondo economico che produce e il mondo economico che lavora e guadagna esclusivamente sui trasferimenti di grandi somme di denaro. La finanza deve recuperare il senso della propria utilità per l'interesse generale o è condannata a una crescente impopolarità, che alla lunga la danneggerebbe.

Quindi è interesse del mondo finanziario collegare i criteri della propria azione ad alcuni grandi temi di interesse generale. Essenzialmente sono due i temi cruciali: la responsabilità sociale di chi realizza i grandi investimenti finanziari, quindi si tratta di vincolare queste azioni a degli standard di qualità sociale, che riguardano il modo in cui vengono trattate le persone che lavorano, il modo in cui i vari investimenti si ripercuotono sulla vita delle comunità; l'altro grande criterio è quello ambientale. La finanza deve integrare nei criteri di valutazione delle proprie attività l'obiettivo di affrontare i grandi problemi ambientali, in particolare la sfida dei cambiamenti climatici.

L'iniziativa 'Obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e la finanza responsabile. L'insegnamento sociale della Chiesa Cattolica alla luce del Laudato Sì' ha questo significato: coinvolgere i protagonisti del mondo finanziario in una riflessione e nell'adozione di impegni che vanno nella direzione della responsabilità sociale e ambientale. Lo spunto che abbiamo individuato come più originale e prezioso da sottolineare è l'enciclica di Papa Francesco Laudato Si', che ha segnato una svolta quasi rivoluzionaria nel modo di affrontare questi temi.

Questa enciclica ha un valore storico, che si può paragonare per importanza a quella di più di un secolo fa, Rerum Novarum, che aprì la Chiesa ai diritti del lavoro. Al centro della Laudato Si' vi è  il richiamo a tutti quelli che hanno responsabilità verso i cittadini, in primo luogo chi ha ruoli nell'economia e nella finanza, a farsi carico di un problema ineludibile: se non fermiamo il degrado degli ecosistemi e i cambiamenti climatici, l'umanità andrà verso condizioni che la esporranno a danni probabilmente irreversibili.

Qual è o quale dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni e degli istituti finanziari internazionali nella promozione di investimenti fondati su valori di natura non economica?

È importante che le istituzioni che rappresentano questo mondo si diano in maniera autonoma un codice di comportamento che vincoli i criteri in base ai quali vengono orientati i flussi degli investimenti finanziari agli obiettivi del miglioramento della qualità sociale e ambientale. Naturalmente è un processo che non può risolversi da un giorno all'altro, che richiederà tempo, ma credo sarebbe già un grande passo avanti se venisse scritto una sorta di codice di impegni per le istituzioni che rappresentano e riuniscono gli operatori finanziari. Sono molte le imprese che hanno fatto scelte in questo senso, ma i grandi organismi di rappresentanza degli interessi economici e finanziari non hanno mai dato il segno di questa presa di coscienza.

La COP21 prevede 100 miliardi di dollari di finanziamenti minimi annui con cui i Paesi industrializzati dovranno sostenere la transizione per quelli in via di sviluppo. Una cifra che può sembrare notevole ma che, a ben guardare, ammonta a circa lo 0,25% del PIL Ue. Sarà sufficiente? E come dovrebbero essere impiegate queste risorse?

Sicuramente non è sufficiente se si guarda all'obiettivo finale, quello di finanziare la riconversione dell'economia globale verso la sostenibilità ambientale, climatica ed energetica. È però un impegno sostanziale: è molto importante che la conferenza di Parigi si sia conclusa con la presa d'atto da parte di Paesi ricchi che la responsabilità del cambiamento climatico cade innanzitutto sulle loro spalle, perchè da più tempo contribuiscono nella misura maggiore alle emissioni che alimentano i cambiamenti climatici e quindi è sulle loro spalle anche il dovere di sostenere gli sforzi di riconversione di Paesi meno ricchi o che hanno economie molto forti ma che sono arrivati a questo stadio dello sviluppo economico solo di recente.

100 miliardi sono una piccola somma, che va misurata con gli effetti economici di questo sforzo. Anni fa un grande economista, Nicholas Stern, realizzò un rapporto i cui si dimostrava che il costo della riconversione ecologica è molto alto ma è infinitamente più basso del costo che avrebbe non finanziare e non realizzare questa trasformazione. Se rimaniamo fermi i cambiamenti climatici costeranno una quantità di soldi enormemente maggiore di quelli che sarebbe necessari per prevenire questi danni. Quindi anche dal punto di vista del calcolo dei costi-benefici, i 100 miliardi messi adesso in campo e quelli, molti di più, che serviranno per finanziare questa trasformazione sono comunque una somma molto più piccola di quella che dovremmo spendere se i cambiamenti climatici continueranno ai ritmi attuali.

Come indirizzare i capitali privati e gli investimenti diretti verso la realizzazione degli obiettivi del 2030?

E' fondamentale che chi rappresenta il mondo degli operatori finanziari prenda coscienza dell'importanza di questa sfida. Ma è altrettanto importante che da parte dei cittadini, dei consumatori e delle imprese venga una forte pressione, che chieda più responsabilità sociale e ambientale al sistema finanziario, bancario. Il nodo della qualità delle scelte del sistema bancario è decisivo in tal senso: è importante che l'offerta di denaro per gli investimenti si conformi a criteri di responsabilità sociale e ambientale, ma perchè questo succeda è ancor più importante che la domanda di questo denaro risponda a criteri analoghi.

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