Il governo che sogniamo

Palazzo Quirinale - WikimediaUn consiglio di ministri in grado di riformare il sistema fiscale, quello giudiziario, di tagliare la burocrazia e la spesa pubblica per abbassare le tasse, senza dimenticarsi una vera legge sulla concorrenza. Un gruppo di persone capaci e serie, che possano realmente ridare una speranza al paese, senza la quale né ripartono investimenti, né si crea lavoro.

Tecnici esperti sostenuti da tutte le parti politiche, finalmente consce che non si può fare altrimenti, senza aspettare che si arrivi sull'orlo di un altro baratro per costringere poi solo qualcuno a pesanti interventi.

Siamo passati attraverso la campagna elettorale delle amministrative, quella del referendum, ora se ne prospetta un'altra, forse ancora più logorante, preceduta da altre liti sulla riforma elettorale, che serve soltanto a distribuire potere, certo non a far crescere l'economia e a dare lavoro a chi non ce l'ha.

Non si può dire che un paese che ha visto susseguirsi 64 governi in 70 anni non aveva e non ha bisogno di una riforma costituzionale e una decente legge elettorale. Se ancora non ce le abbiamo la colpa distribuiamola equamente tra politici e cittadini, gli uni comunque espressione degli altri, in una condizione di influenza reciproca ormai caratterizzata da una sottocultura sempre peggiore, anche a causa dei social networks e forsennati dibattiti televisivi.

Si faccia davvero attenzione a chi si vota e i politici riflettano bene prima di parlare: il governo e il futuro del Paese è qualcosa di molto più complicato di sparare semplici slogan.

Internet è un grande strumento di libertà, forse la più grande “invenzione” del XX secolo, ma è anche un veicolo formidabile di panzane a cui i più superficiali abboccano. Cari Facebook & Co, forse sarebbe ora di pensare a degli algoritmi capaci di evitare almeno la maleducazione, o tra 50 anni potreste essere ricordati dagli storici solo come strumento di degrado culturale, di inciviltà.

L'enorme scadimento dei dibattiti televisivi, con eccessive e futili polemiche che alimentano caos e confusione, denota ulteriore declino del confronto politico. I grandi giornalisti avevano invece il dono della sintesi, della pertinenza e della chiarezza. Se ne ricordino gli editori, quando decidono chi e cosa mandare in onda.

Lo scenario che oggi si presenta è quindi quello di una lunga discussione sulla riforma elettorale, con tassi di disoccupazione da brivido, con una crescita della produttività oraria del lavoro negli ultimi vent'anni ridicola rispetto non solo a quella degli Usa, ma di molti paesi europei, un sistema bancario che necessita di ingenti iniezioni di liquidità, mentre quella erogata dalla Banca Centrale Europea ci sarà forse soltanto per un altro anno.

Un contesto così estremamente complicato non può essere gestito sempre dalle stesse persone, da una classe politica che ha dimostrato negli anni di non saper governare, riformare e tanto meno migliorare lo stato delle cose. Questo vale anche per le opposizioni, vecchie o nuove che siano, perchè la qualità della forze contrarie a chi governa si misura con la bontà delle controproposte e dei compromessi a cui si perviene.

Gli obiettivi di governo sono semplici: creare lavoro e investimenti senza aumentare l'enorme debito pubblico. La complessità attuativa però è di natura tale che per un vero e positivo cambiamento l'unica strada è incaricare persone di elevato profilo tecnico-professionale, avulse da tutte le logiche politiche tranne una: il benessere dei cittadini.

I politici capiscano dunque che non c'è più tempo, facciano tutti un passo indietro, scelgano insieme i tecnici in grado di cancellare le leggi che vanno cancellate e di scrivere - bene - quelle che vanno riformate. I bravi leader, i veri uomini con senso dello Stato, si vedono dalla statura e competenza delle persone di cui si circondano e a cui affidano gli incarichi.

Per una volta almeno ci facciano sognare.

            

             

                   

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