La spesa dei Fondi UE e la Politica di Coesione post 2020

Fondi europeiLa mancata o tardiva spesa dei fondi Ue da parte dell’Italia è un tema ricorrente sui principali quotidiani, con analisi parziali e senza proporre soluzioni che risolvano il problema. 

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Finanziamenti, Garanzie e Cartolarizzazioni, di tutto di meno

L’argomento è di estrema attualità perchè quest’anno a Bruxelles si comincia a discutere del futuro della Politica di Coesione in un contesto molto difficile sia per l’uscita del Regno Unito dall'Ue e sia perchè - nonostante quasi mezzo secolo di programmazioni (la DG Regio fu creata nel 1968) - i risultati di tali politiche, almeno in termini di una Unione Europea gradita ai cittadini, possono ritenersi controversi, vista l’enorme diffusione di un populismo contrario e la richiesta di attuare profonde riforme proveniente anche da partiti politici e movimenti europeisti.

Politica Coesione - Conferenza Regioni, azioni post 2020

Alcuni Paesi utilizzano bene i fondi UE, altri meno. L’Italia purtroppo rientra in questa seconda categoria. Nel settennato 2007-2013, con la sola eccezione di 33 milioni di euro sul programma Attrattori Culturali, tutti i fondi europei sono stati spesi, come recentemente certificato dalle istituzioni preposte.

Questo obiettivo è stato però raggiunto grazie ad una ingente riprogrammazione dei fondi che non erano stati impegnati a fine periodo, consentendo cioè a ministeri e regioni di spenderli su progetti cosiddetti “sponda o retrospettivi”. In altre parole, investimenti che avevano già un loro copertura finanziaria e che potevano essere completati nei tempi richiesti dalle regole europee.

Ora è vero che le risorse nazionali liberate dall’uso “retrospettivo” dei fondi europei possono a loro volta essere impegnate in nuovi investimenti, ma è altrettanto vero che gli obiettivi qualitativi della programmazione non sono stati rispettati e che la dilazione dei tempi non giova certo alla crescita dell’economia.

Il punto nodale della questione è proprio quello temporale, che deriva dalla complessità multilivello della governance dei fondi strutturali.

L’attuazione delle politiche di coesione parte dalla Commissione europea con la definizione delle strategie e degli obiettivi, per essere poi affidata a ministeri e regioni degli Stati membri secondo meccanismi che ormai la realtà dei fatti ha dimostrato largamente inefficienti e costosi.

La Commissione europea può introdurre i perfomance framework e incentivi per il raggiungimento di obiettivi intermedi, ma la vera sfida è riformare la macchina burocratica a cui è affidata la gestione dei programmi, che si concretizza nella redazione di bandi, avvisi di gara e nelle attività di controllo e certificazione.

Nella prassi, oltre alle previste autorità di gestione, di audit e di certificazione, organismi pagatori, sia a livello ministeriale che regionale si rilevano cabine di regia e coordinamento che affiancano direzioni ministeriali e assessorati, il Ministero per la Coesione, il Dipartimento per le politiche di sviluppo e l'Agenzia per la coesione, tutti soggetti che lavorano all’attuazione con aspetti che variano in base alla tipologia di fondo.

Infatti i programmi operativi da gestire in Italia a valere su risorse FESR, FSE, FEASR, FEAMP, senza contare i programmi complementari, sono oltre 70, approvati in alcuni casi anche 2 anni dopo l’avvio del settennato (Campania).

Nella macchina burocratica vanno ancora menzionati le società in house di ministeri e regioni, nonché le imprese che si aggiudicano la cosiddetta assistenza tecnica, a cui viene cioè affidata l’esecuzione delle procedure. Il costo di questa governance è di circa il 4% dei fondi stanziati.

Infine, va ricordato che molti di questi fondi vengono spesi attraverso gare di appalto, ambito per il quale la situazione normativa nel nostro paese, nonostante la recente riforma del Codice, è purtroppo altrettanto complessa, specie sul lato della giustizia amministrativa.

Delineati i problemi in termini sintetici ma esaustivi, cerchiamo di individuare possibili soluzioni, pure sulla scorta di come si sta evolvendo il sistema della finanza pubblica europea.

Una prima ipotesi è quella di  aumentare drasticamente il budget destinato ai programmi gestiti direttamente dalla Commissione europea e dalle sue agenzie, perchè sono mediamente più efficienti rispetto alle autorità nazionali e regionali. In questo senso Horizon 2020, il programma che finanzia la ricerca e l’innovazione, ha visto più che raddoppiare il suo budget in questo settennato, molti programmi nazionali e regionali ne riprendono interamente i contenuti ma la loro gestione si frammenta sulle procedure telematiche e di legge di oltre 20 regioni, ministeri e società in house. Se i contenuti, le tecnologie e gli obiettivi sono uguali per tutta l’Europa, la gestione potrebbe essere dunque accentrata e uniformata per ottenere un'opportuna semplificazione.

Altra ipotesi è quella di usare in misura sempre maggiore gli strumenti finanziari, pure questi incrementati considerevolmente nell’ultimo settennato, affiancati poi dal Piano Juncker, che con il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici costituisce di fatto un fondo di garanzia per gli investimenti altrimenti non finanziabili dalle banche con strumenti di credito ordinari.

Il vantaggio di questa ipotesi è in primo luogo nell’aumento di disponibilità di fondi per l’effetto leva intrinseco ad operazioni di garanzia o di cartolarizzazione (SME Initiative). Un altro vantaggio è quello di poter essere sempre gestito direttamente da Bruxelles, dalla BEI, evitando però frammentazione regionale e contenendo i costi delle commissioni bancarie. In questo modo si potrebbe risparmiare anche una quota consistente dei fondi per l’assistenza tecnica. Come già scritto in precedente articolo, l’ipotesi è peraltro gradita al mondo bancario, caldeggiata espressamente dal presidente di un’associazione di settore, perchè sicura opportunità di business.

Una terza ipotesi potrebbe individuarsi in un più ampio ricorso agli incentivi fiscali. In Italia il gradimento delle misure fiscali sul credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo e dell’iper-ammortamento è generalizzato e già si stanno vedendo i primi risultati positivi. In pratica, si dovrebbero ridurre le contribuzioni dei paesi membri alla UE per permettergli di impegnare le risorse in detassazioni nelle regioni con PIL pro-capite inferiore alla media UE. In Italia il bonus Sud è un esempio applicativo in corso su cui si potrà testare l’efficacia della misura.

L’ultima ipotesi per ora riguarda la radicale semplificazione dei regolamenti attuativi, con previsione di pochi programmi nazionali dove le regioni hanno però voce in capitolo per le misure di intervento con relative dotazioni finanziarie. Smontare tante piccole macchine esistenti per farne una più veloce andando contro a un sistema consolidato di interessi è compito arduo, ma tenere in piedi oltre 70 autorità di gestione, audit, certificazione, i controlli della Ue, della Corte dei Conti Italiana e quella Europea (e non si dimentichi anche l’OLAF) per spendere poi male i fondi, rasenta i limiti dell’assurdità oltre che quelli delle responsabilità amministrative.

In Italia si spendono tardi e male purtroppo non solo i fondi UE ma tanti soldi pubblici. Il problema della qualità della spesa pubblica è ormai storia vecchia, non fa più notizia. Sarebbe ora più interessante leggere sui quotidiani le soluzioni per migliorarla.

BEI - centralizzare le decisioni sugli investimenti pubblici

Photo credit: Foter.com

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